Non cuciniamo solo cibo, prepariamo emozioni

Spesso se si pensa alla figura del cuoco o del ristoratore, si è portati, sviati da uno stereotipo comune e purtroppo ricorrente, a pensare a persone altezzose che vivono in un’ambiente più o meno ricercato, limitandosi a cucinare il cibo in maniera raffinata, cercando di creare stupore nel cliente, e , guadagnando per queste performance soldi a palate. Come ho sottolineato prima, questo è uno stereotipo, come la tutina azzurra del principe dei sogni. Io  sono nata nell’ambiente della ristorazione, da 6 anni a questa parte, ne ho fatto la mia attività a tempo pieno, accettando un’enorme sfida che è quella di portare avanti il ristorante di mio padre dopo la sua morte. Non è semplice il mio lavoro, sarei bugiarda se affermassi il contrario, però è davvero appassionante, e in questo periodo, ho avuto modo di constatare che chi mette il cuore nelle cucine, non si limita a manipolare del cibo, bensì prepara emozioni, che si leggono sui volti dei clienti quando escono soddisfatti, o si percepiscono nelle voci di chi, dopo un bicchiere di buon vino che scalda gli animi e scioglie le parole, racconta storie di vita che spesso ci strappano una lacrima. Emozioni che vedi tra i capelli ormai diventati argentei di un cliente di vecchia data, o che percepisci in una risata fatta da chi lavora con te. Emozioni che vanno ben oltre il saper dosare il sale o il saper “impiattare”. Emozioni che si vivono 

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